diario di chi aspira a vivere

Le prove a cui sopravviviamo ci rendono più forti (F. Nietzsche)


Attese - Life in Technicolor part 89

Ne avevo scritto, in passato, qui e qui. In fondo, ciclicamente, torna il momento di confrontarsi con le assonanze della vita, e l'attendere è una di esse.

I momenti d'attesa sono, per certi versi, uno di quelli più antipatici. Io stesso non ho avuto il coraggio di rileggere lo spirito che mi aveva mosso, a fermarmi un momento a riflettere su quella sensazione d'incompiutezza, mentre linkavo quei post.

Tu mi guardi da là. Ormai è chiaro, che, in questo concept che continua da un po', quello che ho battezzato Life in Techinicolor, io parlo con te e non solo fra me e quelli che passano di qui.

Tu attendi di capire, forse non attendi niente, ma sicuramente sai, o meglio è emerso, che tutto questo ha un senso. Il senso di una ricerca che, per certi aspetti, non è altro che un'attesa indaffarata.

Io parlo con te ma tu non rispondi. Sei lì, e mi lasci parlare. Come quando mandi un sms e la risposta non arriva. E aspetti, aspetti, aspetti, ma tanto sai che la risposta non arriverà mai. E dal momento che hai pigiato invio, sai che ciò che ne seguirà sarà attesa fino alla prossima volta che ti rimetterai in gioco.

L'attesa fa parte di una vita, è un po' il secondo atto della storia, quello dove si prepara il colpo a sorpresa e la conclusione di tutto. Talvolta, mi stupisco che tutti vivano in attesa senza rendersene conto.

Non ho molti altri mezzi, per resistere. Per combattere quello che appare, un continuo guardare ciò che sta fra il presente e il futuro, sperando che sia meglio del presente e basta. Forse basterebbe concentrarsi sul presente, anche se, mi tocca dirtelo, se guardo solo il presente vedo te in cammino e io, da qui, che ti attendo, fermo.

Il problema, quindi, è soltanto trovare la forza d'alzarsi.

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Mani nelle mani - Life in Technicolor part 88


Stanotte ho sognato che ti stringevo le mani. La cosa strana, se così si può dire, è che non ti vedevo il volto. E il sogno, non aveva nè inizio nè fine, era tutto lì, in quell'immagine.

Stamattina, svegliandomi, ho ripensato a quelle mani. Alle braccia, poggiate su un tavolino. Era come se sentissi le tue nelle mie, la pressione, il calore, la pelle. E' stato un istante, poi, come capita spesso, il sogno s'è isolato in un'immagine sola.

Eppure, stanotte ho sognato tanto, ne sono sicuro. Però ricordo solo quell'immagine.

E ci ho ripensato tutto il giorno. Al fatto che le mani si stringano, fra i banchi delle chiese, nelle presentazioni, alle riunioni, ma che quando due mani si incontrano, e non per formalità ma perché si sono cercate, tutto si ferma.

Ho ripensato al mio sogno e a quando mi è capitato. Le sensazioni, ciò che provavo. Come sentivo i muscoli contrarsi. Come le mani non si stringano, ma quasi si sfiorino. Puoi sentire la pelle passo dopo passo e definirne i contorni. Quando le dita camminano sul palmo, potresti anche fermarti lì. Perchè, pur essendo un gesto che viene compiuto con disinvoltura, dentro ti senti esplodere. Oltre quel piccolo contatto, c'è ciò che s'è sognato fino a quel momento.

Nel mio sogno gli anelli non mi davano fastidio. I polsi si piegavano, coordinati. E, dal tavolo, le due mani intrecciate s'alzavano, verso l'alto, all'altezza della testa. L'ultima cosa che ricordo è il contatto del dorso della tua mano sulla mia guancia.

Poi il buio. Il sogno finisce.

Immagino la continuazione. Che il dialogo continui, che ciò di cui parlavamo fosse come prima. Solo, con le nostre mani, unite. Il sorriso sornione di chi capisce che qualcosa è cambiato. La gioia, e un desiderio che tutto rimanga lì, per sempre. Che tu viva quell'attimo come lo vivo io.

Non so se il mio sogno finisce effettivamente lì, se è una premonizione, o se effettivamente è solo un'illusione. E' probabile, ma non impossibile.

Perché nel momento in cui mi sono svegliato, mi sono reso conto di una sola cosa: che le nostre mani non s'erano disunite.

E già questo mi basta. Per ora.

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Silenzio. Ora non ne ho più - Life in Technicolor part 87

Ti starai chiedendo perché sono sparito. Non mi vedi più. Perché, dove ero prima, ora non sono più.

Beh, devi sapere che io non sono sparito. Sono dove sono sempre stato. Il problema non sono io, non sei tu, non è quello che è intorno a noi.

Il problema è che sono finite la parole. Le hanno già dette tutte gli altri. Hanno già scritto tutto su Torino, hanno già scritto tutto sull'Amore, e io, come uno che arriva tardi, ti ho già detto tutto. Hai già sentito tutto ciò che volevi sentirti dire. Mi hai scoperto tante di quelle volte che in confronto tutte le Pall Mall che mi sono fumato in una vita valgono un raudo sparato a capodanno. E' ovvio che oggi, guardandoci, tu non possa che pensare all'ennesima puntata dell'ispettore Colombo.

Eppure, c'è un perché. O meglio, c'è il classico "ma". Che io, per quanto sia poco da scoprire, mi sento vero. Come quando guardo una finestra, la mattina, al lavoro, guardo oltre e vorrei essere fuori. Guardo gli orizzonti, anche quando mancano. E mi dimentico, forse un po' stupidamente, che quando sono fuori la prima domanda che mi faccio è: "Ora che sono libero, che faccio?". E forse quel grande problema che tutti chiamiamo "Sensodellavita", con la S maiuscola, non è altro che il fatto se ci sentiamo, o meno, veri.

Beh, io vero mi sento eccome. Il mio problema è, per l'appunto, il fatto che non abbia più parole per essere originale con te. Perché ti ho dato tutto, ti ho raccontato tutto.

E oggi, non ho più storie per me.

Per questo sono sparito. Per questo, oggi ti chiedi dove sia finito. Perché ci sono repliche che vale la pena rivedere. Film che non scordi mai e che rivedresti tutta la vita. Anche se hanno qualche errore, di regia, di montaggio, di pronuncia. Anche Kubrick faceva errori, lo sai? Eppure Shining, Full Metal Jacket, Barry Lindon, li rivedresti tutta la vita.

Ti stai chiedendo dove sono? Beh, eccomi qui. Sono qui. Nelle mie domande, nel fatto che non abbia le parole, più. Nella fatica di stare senza, di pensarmi senza. Di vedermi come se non fosse successo nulla, di ripensarmi come se tutto fosse finito.

Mi trovi qui, nel mio mondo fatto di Speranza, fatto di domande e di storie raccontate mille e mille volte. Di risposte non date, e di pianti, nascosto nei posti pieni di gente.

Il mio silenzio. Ora voglio silenzio. Perché sono stanco, troppo tempo ho passato, cercando altre storie. Quando in realtà, la più bella storia che stavo raccontando era quella che stavano scrivendo insieme.

Non ne ho più. Ti aspetterò qui, guardandoti da lontano. In silenzio.

E se mi troverai, allora vorrà dire che sarò una di quelle repliche non ti stuferai mai di riguardare.

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Sole - Life in Technicolor part 86


Credo che nostro Signore abbia un'immensa Fantasia. E che, quando ha creato il brutto tempo, si sia anche posto la domanda che questo potesse, nell'utilità pratica della pioggia e del refrigerio delle basse temperature, essere d'aiuto all'uomo.

Così, dentro il suo immenso talento nel pensare le cose, si sarà detto: "Dopo il brutto, quando viene il bello, un uomo deve poter sentire la luce che gli entra dentro". E via, a creare un qualcosa di perfetto e impossibile da migliorare come un temporale che finisce e la luce che riemerge da dietro le nuvole.
Quando finì il lavoro, credo che nostro Signore si sia detto: "Ecco, se l'uomo dal brutto trova il bello, allora nascerà quel qualcosa che lo spinge a guardare oltre. La chiamerò Speranza, e sarà quando qualcuno troverà il modo di vedere il bello oltre ciò che è brutto e appare interminabile".

Non esiste questo mito, l'ho inventato. Dio sicuramente non s'offenderà se provo a immaginarmi quando ha fatto germogliare la Speranza, nel mondo. E sicuramente non si adirerà se provo a pensare tutto questo come una preghiera.

Perché oggi, più che mai, auguro a me, sì sì, a me, di poter vedere oltre. Oltre il Vuoto. Oltre il crollo del Mondo di cui parlavo ieri.

E mi scuserete, voi che passate da qui, se mi soffermo su questo. Chiedo scusa se posso mostrare solo questo aspetto della vicenda, della Vita che con il Diario vorrei raccontare. E' solo che ogni giorno che passa sento il peso della Speranza che si spegne e dell'Amore che svanisce. Però l'aspirazione più grande di una Vita è la realizzazione di un Progetto, con la P maiuscola, e sicuramente nella mia mente il Progetto più grande si chiamava, si chiama, Amore.

Oggi celebro il ritorno a un tentativo di ricostruzione. Guardando il Sole, chiedo, prego, che la Speranza torni. Che possa trovare la Forza di ricostruire. Lo auguro anche a Voi, se di Speranza, di Progetti, sentite la necessità. E se così non fosse, beh, avete la mia stima e, perché no, un po' d'invidia.

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Mondo, il Nostro - Life in Technicolor part 85

"Questo non è il nostro Mondo, e il nostro, forse non esiste neanche".

Il mio amico Marco, oltre a essere comunista, è anche acuto.
Sa cogliere le sfumature giuste. E talvolta, dice frasi che mi sarebbe piaciuto pronunciare per primo.
Ieri sera è stato così. Seduti di fronte a un locale di tendenza, con i palestrati e le ragazze che sono fighe a prescindere, con la musica e i cocktail e tutto il resto, pensavamo che non eravamo felici.

In quel dato momento, beninteso.

E che ogni sfumatura della serata assumeva i contorni dei massimi sistemi. E quel "nostro", sintetizzava come sia io che lui abbiamo visto, ultimamente, andare male alcuni portanti del Mondo che stavamo edificando.


Locali come quello ci sarebbero piaciuti, in altri momenti. Era il Mondo che c'era dentro, che non andava. E non per le fighe o per i cocktail o per la musica (i palestrati li lascio alle signore).
Per il concetto di felicità. Per ciò che è stare bene: che per me, ed evidentemente per il mio amico Marco, non è l'euforia fine a sé stessa. Non è esaltazione, ma soddisfazione. Io di questi tempi non sono soddisfatto.

Lo vedono quelli che vivono giorno per giorno con me. Lo vedo io, nello specchio, in ciò che ieri mi faceva sentire completo e oggi non mi basta, anzi mi preme.
Il problema è sempre quello. Che la soddisfazione è comunque legata a una serenità, che è figlia della Felicità. Che non è legata a nulla, se non al proprio Mondo. Un Mondo che va oltre il limite fisico, ai locali, all'euforia di una serata o della giovinezza che sembra essere immortale.

Il Mondo è da costruire. Lo si costruisce nel proprio quotidiano. Con fatica, ma anche con tenacia.
Ieri sera il mio amico Marco ha sintetizzato bene ciò che pensavo.

Avevo focalizzato un Mondo, e per varie ragioni, negli ultimi giorni è svanito.
Mi trovo senza progetto, o meglio, vedo il mio progetto demolito, e forse per quello sento solo il Vuoto intorno a me.

No, Marco, il Mondo che vorremmo, come dice Vasco, è un Mondo che in realtà esiste. Il problema è che, per ora, non ho ancora la forza per ricominciare a costruirlo.

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Spese amarcord - Life in technicolor part 84

Quando mi sento solo, mi piace riprendere quei piccoli ricordi, in cui mi rivedo felice, e riviverli.
Oggi, dopo una mattinata passata a smontare mobili e progettare come assemblare quelli nuovi, ho scelto di andare a fare la spesa ecologica: ossia, una spesa senza sacchetti di plastica, un po' come accade negli Usa, però senza sconto.
Ho preso i miei sacchetti di stoffa, gentile omaggio dei vari Torino film festival, Fiere del libro e (ovviamente) di Scuola Holden, e sono andato al supermarket.

Mentre guidavo, mi è tornato in mente quando ero bambino, e la spesa andavo a farla con mia mamma e mia nonna. Andavamo al mercato, con un vecchio 127 verdone, tanto caro a mio nonno che ancora oggi un po' rimpiango.
Entrambe, avevano le solite borse da spesa: mia nonna una burbera borsa scura, di cuoio e tessuto compatto. Mia mamma, invece, una borsa di tessuto, credo cotone, bianca con delle scritte verdi. Stilizzati, c'erano dei bambini che facevano il girotondo. Una scritta, che non ricordo con precisione, inneggiava alla Natura.
Di quelle spese, ricordo il mio desiderio di andare al banco dei giocattoli, poco distante dall'ingresso del mercato, i sacchi pieni di verdure acquistate dai contadini, il profumo della frutta, l'odore dei formaggi e dei salumi con il rumore, continuo, dei generatori di corrente per i camioncini dotati di frigo.
Erano spese sempre ricche, e chissà perché, lunghe una mattina intera e piene di sorrisi.

Mi è venuto in mente tutto questo, mentre entravo nel mio supermarket di fiducia e guardavo le mie due borse, nere. E, chissà come mai, mi sono chiesto che fine avesse fatto quella borsa chiara.

Ci pensavo anche mentre, attratto da una grande scritta, "Offerta, 6,49 euro!" mi sono avvicinato a una bancale di caffè.
E, mentre prendevo il mio kilo di caffè in offerta, una signora in divisa scura mi chiama e mi dice: "Ecco a lei, signore, in omaggio con il caffè Vergnano c'è anche una borsa!".

Beh, ovviamente s'è capito, no? Una borsa tale e quale a quella che aveva mia mamma. Certo, non ci sono i bambini stilizzati, l'inno alla Natura e tutto quanto. Però è come se fosse uguale.

Ho fatto la mia spesa felice. Anche perché, senza quel gradito omaggio, le mie due borse scure non sarebbero bastate, dato che c'erano anche le offerte sulle merendine e sugli spinaci surgelati.
Ma soprattutto, sono stato felice perché questa spesa è stata un po' diversa dalle altre.

Era come se mia mamma (che ancora oggi a volte fa la spesa con me) e mia nonna m'avessero accompagnato. Come se quel supermarket fosse diventato il mercato di vent'anni fa. Che io non sapessi cosa volesse dire "Offerta speciale" e invece di pagare con il bancomat in euro, per far la spesa bastavano 10 mila lire.

Ma soprattutto, era come se fossi meno solo.
Di come quando sono partito e ho cercato quel ricordo, un po' banale, semplice, certamente felice.

E poi, ora anche io ho una borsa bianca per la spesa ecologica. Posso anche mettere i vestiti in coordinato, volendo.

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Nebbie - Life in technicolor part 83

Se Torino fosse una pietanza, la nebbia sarebbe uno degli ingredienti imprescindibili. Un po' come l'aglio nel pesto, che se ne abusi infastidisce ma in giuste quantità corregge il tiro del "gustoso" al "buono".

La nebbia. Non è altro che uno strato di vapore acqueo. La gente poi ci mette di mezzo i film dell'orrore e il senso di smarrimento. Il fatto che non si veda oltre un po' di metri, che andare in macchina sia un po' più pericoloso del solito, che il freddo da fastidioso possa diventare pungente.

Stamane, la nebbia era poeticamente avvolgente. Sembrava fosse scritta, non elargita dalla terra. Sembrava che Torino, nella nebbia, avesse raccontato un minimo della sua storia ultracentenaria. E, con lei, anche quelli che nella nebbia ci camminavano.

E così, camminando, ho cominciato a pensare che la cosa bella della nebbia non è tanto il fatto che sia incosistente, che se la vivi dal caldo del tuo letto sia anche piacevole, che se la guardi con una tazza di the al bergamotto non la scambieresti che con la pioggia, che se la chiudi fuori dal focolare domestico è anche una buona amica. La cosa bella della nebbia è che, quando avvolge il mattino, è perché al pomeriggio ci sarà il sole. Matematico. Sicuro. Una roba da non credere.

Questo implica un sacco di cose, fra cui il fatto che la nebbia sia facilmente metaforizzabile. Peccato che il giorno metafora, una festa indetta da me medesimo, cada in luglio: sarebbe stato bello raccogliere tutto ciò che può simboleggiare la nebbia, in quel giorno. Ovviamente, mettendoci anche questo testo, che non è solo un tributo a questo fenomeno atmosferico, ma a tutto ciò che può significare, mentre si verifica, e ciò che ne consegue.

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Francesco Gavatorta

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